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La diga del Gleno: la tragedia dimenticata delle Alpi orobiche

Diga del Gleno

Un boato all’alba
Alle 7:15 del mattino del 1° dicembre 1923, nella piana del Gleno, oltre 1.500 metri di quota, il guardiano della diga Francesco Morzenti stava riparando un piccolo tubo di scolo danneggiato da alcuni operai. Il cielo era ancora scuro, cadeva nevischio dopo
giorni di pioggia. Morzenti sentì un sasso cadere vicino a lui, poi un altro. Accese un fiammifero e vide, nella parete della diga, una crepa larga tre dita che sembrava allargarsi a vista d’occhio. Iniziò a correre.

Pochi istanti dopo la diga del Gleno, in Val di Scalve, cedeva di schianto. Circa sei milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti si riversarono a valle, travolgendo in successione i borghi di Bueggio, le centrali idroelettriche di Povo e Valbona, il ponte di Formello, il Santuario della Madonnina di Colere, l’abitato di Dezzo, e proseguendo fino ad Angolo Terme, Mazzunno e Corna di Darfo, prima di esaurirsi nel fiume Oglio e nel lago d’Iseo. In circa quarantacinque minuti la furia dell’acqua percorse l’intera vallata.
Le vittime accertate furono 356, anche se alcune stime parlano di cifre più alte, vicine alle 500 persone: l’incertezza sul numero esatto è essa stessa un segno di quanto la tragedia sia stata gestita con superficialità.
È considerato il primo grande disastro “tecnologico” della storia delle Alpi: il prezzo pagato alla modernizzazione industriale e alla crescente fame di energia elettrica dell’Italia dei primi del Novecento.


Una costruzione nata già compromessa
La storia della diga comincia molto prima del crollo. Il 21 marzo 1907 l’avvocato Federici presentò, per conto dello svizzero Giacomo Trümpy, la prima domanda di concessione per sfruttare le acque dei torrenti Nembo e Povo. La concessione passò di
mano più volte, fino ad arrivare nel 1917 alla ditta Viganò di Albiate di Triuggio (Monza e Brianza), industriali del cotone, autorizzata a costruire uno sbarramento da 3,9 milioni di metri cubi.
I lavori, iniziati con opere accessorie tra il 1917 e il 1918, procedettero a rilento anche a causa della Prima guerra mondiale. Nel 1919 partì lo scavo per una diga a gravità progettata dall’ingegner Gmür, con capacità elevata a 5 milioni di metri cubi. Ma è
negli anni successivi che la vicenda prende una piega inquietante: nel 1921, dopo la morte di Gmür, subentrò l’ingegner Giovan Battista Santangelo, che modificò il progetto trasformando la diga da struttura a gravità in una diga ad archi multipli, da
innalzare sopra il cosiddetto “tampone” già costruito. La ditta Viganò comunicò la variazione al Genio Civile di Bergamo senza attendere, come da prassi, l’autorizzazione.
Il problema tecnico più grave riguardava proprio l’innesto tra le due strutture: i piloni della parte centrale della nuova diga ad archi non poggiavano sulla roccia, ma sul tampone a gravità sottostante, un compromesso strutturale destinato a rivelarsi fatale.
A questo si aggiunsero irregolarità di ogni tipo: la capacità autorizzata era di 3,9 milioni di metri cubi, ma a lavori ultimati il bacino ne conteneva 6 milioni; secondo diverse testimonianze operaie, l’impresa costruttrice Vita & C. di Corbetta lavorò in modo
frettoloso e con materiali scadenti; nel giugno 1922 il Ministero aveva persino imposto una sospensione dei lavori, che tuttavia proseguirono.
Il bacino raggiunse per la prima volta la piena capacità il 14 ottobre 1923. Nelle settimane successive si moltiplicarono le perdite d’acqua, in particolare sotto le arcate centrali: lo stesso Morzenti le aveva più volte segnalate. Poco più di un mese dopo, la
diga crollò.

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Un processo senza vera giustizia
Ventinove giorni dopo il disastro, il 30 dicembre 1923, il Procuratore del Re di Bergamo incriminò per omicidio colposo Virgilio Viganò, proprietario dell’impianto, l’ingegner Santangelo, progettista e direttore dei lavori, e Luigi Vita, l’impresario costruttore. Il
processo si aprì il 30 marzo 1925 davanti alla Corte d’Assise di Bergamo e, tra rinvii e perizie contrastanti, si concluse solo il 4 luglio 1927.
La sentenza attribuì la responsabilità del crollo a Viganò e Santangelo per aver proceduto “con negligenza e imperizia”, usato materiali inadatti per ragioni di economia, apportato variazioni al progetto senza le dovute autorizzazioni e messo in esercizio l’invaso senza collaudo. La condanna, però, fu lievissima: tre anni e quattro mesi di reclusione e 7.500 lire di multa, oltre alle spese processuali. In appello, gli imputati furono infine assolti: Viganò perché nel frattempo morto, Santangelo per insufficienza di prove.
Durante il processo emerse anche una pista alternativa, sostenuta da alcune perizie di parte: quella di un attentato dinamitardo, con la presunta esplosione di 50 chili di dinamite il giorno del crollo. Storici come Mimmo Franzinelli hanno sostenuto che questa ipotesi fu in realtà una “cortina fumogena” costruita in un momento politico delicato — il fascismo, al potere da poco più di un anno, aveva interesse a delegittimare gli oppositori e ad alleggerire le responsabilità dell’impresa e dei tecnici coinvolti.
Sul fronte dei risarcimenti, lo Stato stanziò 6 milioni di lire, cifra pareggiata da Virgilio Viganò: soldi distribuiti in modo diseguale, con indennizzi calcolati secondo età e sesso delle vittime e importi remunerativi ben più generosi per le industrie danneggiate che
per le famiglie dei morti.

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Un’eredità di silenzio
A differenza del Vajont, che nel 1963 sarebbe diventato il simbolo per eccellenza dei disastri idroelettrici italiani, il Gleno è rimasto per decenni ai margini della memoria collettiva nazionale, conosciuto soprattutto dalle comunità della Val di Scalve e della Val Camonica. Solo in occasione del centenario, nel 2023, il disastro ha ricevuto un’attenzione pubblica e accademica più ampia, con convegni, pubblicazioni e iniziative promosse da enti locali e dall’Università degli Studi di Bergamo.
Oggi i ruderi della diga sono ancora visibili in alta Val di Scalve, meta di escursioni e luogo di memoria per chi vuole ripercorrere una delle pagine più dure — e più a lungo taciute — della storia italiana del Novecento


Fonti storiche e giornalistiche

 

 

Conclusioni....

Nel mio piccolo spero di esserVi stato di aiuto, ma prima di lasciarVi ho da dirVi ancora alcuni aspetti da "amico" che un giorno spera di incontrarVi su qualche sentiero.

"Bisogna creare condizioni tali che gli individui facciano propria l'esperienza del benessere e della gioia, anziché la soddisfazione dell'impulso al massimo di piaceri."
Erich Fromm, Avere o essere?, 1976

Non bisogna lasciare nulla al caso.

... Definitive

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Credits. Immagini tratte da internet.

 

 

 

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