By using this website, you agree to the use of cookies as described in our Privacy Policy.

Le streghe che sapevano troppo

triora AG

Nel 1587, in un borgo di montagna della Liguria, arrivò un funzionario di Genova con l’incarico di scoprire perché il raccolto avesse fallito per il terzo anno di fila. Il posto si chiama Triora, arroccato a 800 metri nella Valle Argentina, e il funzionario si chiamava Girolamo Del Pozzo. Non trovò cause naturali. Trovò, invece, delle colpevoli: una trentina di donne del paese, esperte di erbe, di rimedi, di parole dette al momento giusto sopra un malato. Le arrestarono, le torturarono, ne fecero morire alcune sotto tortura. Le chiamarono streghe.

Non è un caso isolato. È una storia che si ripete, con nomi diversi, in decine di valli alpine e prealpine tra Cinquecento e Seicento: in Trentino, in Val Vigezzo, nel Piemonte delle “masche”. Ovunque lo schema è lo stesso. C’è una donna che cura. C’è una comunità che, nel momento del bisogno, va da lei prima che dal medico — perché il medico non c’è, o costa, o è lontano una giornata di cammino. E poi arriva un momento di paura collettiva — una carestia, un’epidemia, un raccolto perduto — in cui quella stessa donna, improvvisamente, non è più la guaritrice del paese. È la causa della disgrazia.

Un sapere che faceva paura perché funzionava.
Quello che oggi chiamiamo “medicina delle streghe” era, in realtà, la farmacia dei poveri. Donne che conoscevano ogni pianta della loro valle: quale calmava la febbre, quale fermava un’emorragia, quale disinfettava una ferita, quale, presa nella dose sbagliata, poteva uccidere. Un sapere tramandato oralmente, di madre in figlia, per generazioni, mai scritto in un libro, mai riconosciuto da un’università. “Herba et verba”, si diceva: l’erba e la parola, il farmaco e il rito che lo accompagnava.
Era una conoscenza precisa, empirica, verificata su migliaia di casi reali — e proprio per questo pericolosa. Una donna che sa guarire senza il permesso della Chiesa e senza la laurea in medicina è una donna che sfugge al controllo. Bastava un anno di raccolti cattivi, una moria di bestiame, un’epidemia, e quel sapere diventava la prova di un patto col demonio. A Triora andò meglio che altrove: nessun rogo, il processo fu bloccato dalle autorità di Genova prima delle condanne a morte. Ma il paese restò per secoli marchiato da quella vicenda, tanto che oggi il suo stesso soprannome — “il paese delle streghe” — nasce da lì.

Triora ok
Da accusa a identità: cosa è successo a Triora
Qui la storia prende una piega che mi interessa raccontarvi fino in fondo. Quello che per secoli è stato un trauma, un capitolo di cui vergognarsi e tacere, oggi a Triora è diventato il contrario: un’identità, e persino un’economia.
Nel borgo esiste oggi un Museo Etnografico e della Stregoneria, che ricostruisce fedelmente sia la vita contadina di un tempo sia gli atti reali del processo del 1587 — conservati negli archivi di Genova. Ma accanto al museo sono nate botteghe che vendono “prodotti della strega”: liquori a base di erbe di montagna, il celebre “latte di lumaca” (latte ed erbe aromatiche), oli, marmellate, miele. Cose semplici, spesso legate più al folklore turistico che a una vera riscoperta della farmacopea antica — ma che dimostrano una cosa: quella memoria, invece di restare un trauma sepolto, oggi porta visitatori, lavoro e reddito in un borgo di montagna che altrimenti rischierebbe lo spopolamento, come tanti altri.
Cosa si potrebbe fare, oggi, con lo stesso sapere
Ed è qui che penso ci sia ancora molta strada da percorrere, oltre il souvenir e il liquore da banco turistico. Il sapere delle guaritrici alpine non era leggenda: erano farmacopee reali, basate su piante che crescono ancora oggi nelle stesse valli — genziana, arnica, achillea, iperico, elicriso, solo per citarne alcune tra le più diffuse sulle Alpi e Prealpi. Piante che l’industria cosmetica e fitoterapica moderna usa comunemente, spesso importandole da lontano o coltivandole in serra, mentre crescono spontanee proprio nei territori di montagna che si spopolano.
Un piccolo produttore locale, una cooperativa di paese o anche un singolo che voglia restare in montagna invece di scendere a valle, potrebbe oggi:
Recuperare le ricette e le tradizioni erboristiche locali (spesso ancora vive nella memoria degli anziani, prima che si perdano del tutto) e trasformarle in creme, unguenti, infusi, oli da vendere con una filiera tracciata e un racconto autentico alle spalle — non il folklore da bancarella, ma la storia vera, documentata, di chi quel sapere lo aveva davvero
Legare il prodotto al territorio e alla sua storia, come ha fatto Triora, ma con un passo in più: raccontare non solo la leggenda, ma la competenza reale che c’era dietro, restituendo dignità a donne che per secoli sono state solo vittime di una narrazione
Puntare su un mercato che oggi cerca esattamente questo: cosmesi naturale, filiera corta, prodotti “di montagna” con un’origine e una storia verificabili, in un momento in cui le persone sono sempre più stanche dell’ennesima crema industriale anonima
Non è un’idea campata in aria: è, in piccolo, esattamente quello che è già successo a Triora, solo che lì si è fermato al livello del souvenir. Il passo successivo — vendere non la leggenda della strega, ma il sapere reale della guaritrice — è ancora tutto da fare, ed è il tipo di piccola economia che potrebbe davvero aiutare a tenere in vita un borgo di montagna, invece di vederlo svuotarsi un abitante alla volta.

Triora panorama
Restituire un nome, non solo un souvenir.
Mi piace pensare che raccontare questa storia non sia solo un esercizio di memoria storica. C’è qualcosa di giusto nell’idea che il sapere per cui quelle donne furono torturate e umiliate possa, secoli dopo, tornare a dare da vivere a chi la montagna la abita ancora. Non per venderne una versione da fiaba di Halloween, ma per restituire il merito a una competenza che era reale, seria, e che rischiava — come tanto altro patrimonio di montagna — di sparire semplicemente perché nessuno ha più interesse a tramandarla.
La prossima volta che sentirete parlare di “streghe di montagna”, provate a chiedervi cosa sapevano davvero. La risposta, spesso, vale più della leggenda.
Questo articolo si inserisce nel filo che sto seguendo su bodhirider: storie e leggende di uomini (e donne) di montagna che, se guardate da vicino, hanno ancora qualcosa da dire — o da vendere — a chi la montagna vuole salvarla, non solo raccontarla.

Fonti

 

Credits : Internet (foto)

Conclusioni....

Nel mio piccolo spero di esserVi stato di aiuto, ma prima di lasciarVi ho da dirVi ancora alcuni aspetti da "amico" che un giorno spera di incontrarVi su qualche sentiero.

"Bisogna creare condizioni tali che gli individui facciano propria l'esperienza del benessere e della gioia, anziché la soddisfazione dell'impulso al massimo di piaceri."
Erich Fromm, Avere o essere?, 1976

Non bisogna lasciare nulla al caso.

... Definitive

Spero di averVi aiutato a conoscere un pò di più questo mondo per poter vivere in armonia e semplicità l'attività in montagna.

Lascia un like e consigliane la lettura ai tuoi amici, magari condividendolo sui tuoi profili social se lo hai trovato interessante e utile.

Alla prossima ancora qui, su Bodhirider, per raccontarVi e condividere altre esperienze con nuovi articoli, o su qualche sentiero o in qualche rifugio o bivacco per condividere la passione per la montagna.

A presto!

 

 

 

 

☕ Un caffè per Bodhirider

Se questa guida ti è stata utile e ti ha accompagnato lungo il percorso, puoi offrirmi un caffè.

È un piccolo gesto per dire grazie e aiutarmi a continuare a esplorare nuovi sentieri, raccogliere informazioni e condividerle gratuitamente qui su Bodhirider.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Un caffè ?
 EUR

Sostieni

logo IPIN colori oriz

 

Logo Altevette ETS

 

 

Segui e sottoscrivi

Terre Altre

☕ Un caffè per Bodhirider

Se trovi utili le mie escursioni e i miei racconti, scopri perché puoi offrirmi un caffè.

Scopri perché

Chi Sono

logo 000BODHIRIDER è nato per strada e sulla strada, ma la strada non è solo una striscia d’asfalto su cui far rotolare due ruote, è qualcosa di più....

Social

facebook instagram pinterest
threads X youtube