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I due uomini che insegnarono all’Occidente ad amare il selvaggio

 Henry David Thoreau      muir

Nella primavera del 1845 un uomo di ventotto anni lascia la cittadina di Concord, nel Massachusetts, con un’ascia in mano, e si costruisce da solo una capanna sulle rive di un piccolo lago glaciale chiamato Walden. Ci resterà poco più di due anni. Non era un eremita per vocazione religiosa, né un fuggitivo, era, semplicemente, un uomo che voleva verificare di persona, con il corpo prima ancora che con la mente, se fosse davvero necessario tutto quello che la società del suo tempo dava per scontato. Si chiamava Henry David Thoreau. “Andai nei boschi perché desideravo vivere deliberatamente”, scriverà spiegando quella scelta, voleva affrontare solo i fatti essenziali dell’esistenza, per non ritrovarsi, in punto di morte, a scoprire di non aver mai vissuto davvero.

Ventiquattro anni dopo, dall’altra parte degli Stati Uniti, un giovane scozzese emigrato in California cammina da solo tra le sequoie giganti e le pareti di granito della Sierra Nevada, dormendo all’aperto, mangiando pane secco, riempiendo taccuini di osservazioni su ghiacciai, fiori, tempeste. Si chiama John Muir, e diventerà l’uomo a cui si deve, più che a chiunque altro, l’esistenza stessa dei parchi nazionali americani.

Sono due uomini diversi, con vite diverse, ma insieme rappresentano la nascita di un pensiero che ancora oggi, ogni volta che ci mettiamo in cammino su un sentiero, portiamo con noi senza saperlo. Opinione di molti storici della cultura americana, tra i due esiste un filo diretto: Muir aveva letto Thoreau, e fu lui a trasformare quelle intuizioni filosofiche in azione politica concreta, gettando le basi di tutto ciò che oggi chiamiamo conservazionismo.

Thoreau: la wilderness come specchio dello spirito

Thoreau non andò a Walden per ammirare il paesaggio ci andò per un motivo quasi scientifico, condotto però come un esperimento esistenziale, voleva capire di quanto poco, in realtà, un essere umano ha davvero bisogno per vivere. Coltivava fagioli, pescava, osservava il ghiaccio del lago sciogliersi a primavera con la pazienza di un naturalista e la meraviglia di un poeta, perché per lui scienza e poesia non erano mai davvero separate, solo chi sapeva guardare la natura con “simpatia”, cioè con tutto se stesso e non solo con l’intelletto, poteva davvero comprenderla.

Da questa esperienza nacque un’idea che oggi diamo quasi per scontata, ma che ai suoi tempi era rivoluzionaria: che la wilderness, la natura selvaggia e incontaminata, non fosse un ostacolo da civilizzare, ma una riserva di nutrimento per lo spirito umano. Thoreau intuì, con un secolo di anticipo, il prezzo nascosto di una vita organizzata solo intorno al lavoro e al possesso, la definì, con un’espressione che gli sopravvive ancora oggi, una vita di “calma disperazione”.

Da leggere di lui: - Walden, ovvero vita nei boschi (1854) — il racconto dei due anni vissuti sul lago, il suo libro più celebre (poesia pura)- Disobbedienza civile (1849) — il saggio sulla resistenza pacifica che avrebbe poi influenzato Gandhi e Martin Luther King (da leggere con molta attenzione) - Camminare (Walking, 1862) — un elogio del camminare senza meta come pratica quasi spirituale (qualcosa di spirituale) - Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack (1849) — il resoconto di un viaggio in canoa con il fratello - I boschi del Maine (The Maine Woods, pubblicato postumo nel 1864) - Fiori selvatici — raccolta italiana di passi tratti dai suoi diari naturalistici, curata da Geoff Wisner

images    walden 

 

Muir: la montagna come rivelazione

Se Thoreau cercava la wilderness come esperimento e come rifugio, John Muir la cercava come rivelazione. Per lui camminare tra le montagne della Sierra Nevada non era solo un’esperienza estetica, era qualcosa di apertamente spirituale, anche se lontanissimo dal calvinismo rigido in cui era cresciuto da bambino. “In ogni passeggiata nella natura si riceve molto di più di quello che si cerca”, scrisse in uno dei suoi appunti più citati. Un fiore sconosciuto, il vento tra le rocce, la neve che cade su una vetta apparentemente immobile, per Muir ogni dettaglio della natura rimandava a qualcosa di più grande, un significato da cogliere con stupore più che da spiegare con la ragione.

Ma Muir non fu solo un contemplativo. Fu, prima di tutto, un combattente. Quando si accorse che i pascoli intensivi stavano rovinando le praterie alpine dello Yosemite, iniziò a scrivere articoli che arrivarono fino al Congresso degli Stati Uniti, portando nel 1890 alla creazione del Parco Nazionale di Yosemite. Fondò il Sierra Club nel 1892, ancora oggi una delle organizzazioni ambientaliste più influenti al mondo. E quando, dopo il terremoto di San Francisco del 1906, il governo propose di sommergere la valle di Hetch Hetchy,  che lui chiamava “una seconda Yosemite”, per farne un bacino idrico, si oppose con tutte le sue forze, supplicando perfino il presidente Theodore Roosevelt di fermare il progetto. Perse quella battaglia nel 1913, un anno prima di morire. Ma la sconfitta di Hetch Hetchy insegnò all’America una lezione che nessuna vittoria avrebbe potuto insegnare altrettanto bene: che senza una legge forte, anche i luoghi più sacri possono essere sacrificati a una necessità del momento.

Da leggere di lui: - Le montagne della California (The Mountains of California, 1894) - La mia prima estate nella Sierra (My First Summer in the Sierra, 1911) - Lo Yosemite (The Yosemite, 1912) - I nostri parchi nazionali (Our National Parks, 1901) - Viaggi in Alaska (Travels in Alaska, pubblicato postumo nel 1915) - Una marcia di mille miglia verso il Golfo (diario del suo primo grande cammino, dall’Indiana alla Florida) - Le montagne mi chiamano — antologia italiana di oltre duecento citazioni tratte da diari, libri e lettere

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Cosa resta di loro, oggi, su un sentiero di montagna

Mi piace pensare che ogni volta che qualcuno cammina in "natura", ovunque nel mondo, stia camminando, senza saperlo, dentro un’idea che porta ancora i nomi di questi due uomini. È a Thoreau che dobbiamo l’idea che stare nella natura selvaggia non sia un lusso o una fuga, ma un bisogno reale, quasi una cura contro l’appiattimento della vita moderna. Ed è a Muir che dobbiamo l’idea, oggi scontata, che alcuni luoghi debbano restare intatti non perché “servono” a qualcosa, ma semplicemente perché la loro esistenza, di per sé, ha un valore che nessun calcolo economico può davvero misurare.

C’è un dettaglio, a proposito di quanto queste due vite siano legate, il Wilderness Act, la storica legge americana che nel 1964 istituì le prime aree protette dove è vietato ogni intervento umano, fu firmato esattamente centodieci anni dopo il giorno in cui Thoreau si era trasferito nella sua capanna sul lago Walden. Un secolo di distanza, la stessa idea di fondo.

Non è un caso che scrittori italiani come Paolo Cognetti abbiano riportato Thoreau al centro della narrativa di montagna contemporanea, curando l’introduzione a una delle edizioni italiane di Walden, o che Mauro Corona lo citi tra i suoi riferimenti più profondi. Il pensiero di questi due uomini dell’Ottocento americano continua a parlarci. Oggi, in un tempo in cui la wilderness è sempre più rara, sempre più minacciata, e proprio per questo sempre più necessaria.

La prossima volta che sentirete il bisogno improvviso di lasciare la città e salire verso una vetta o semplicemente fare una passeggiata nel bosco o in "natura",  senza sapere bene perché, ricordatevi che quel bisogno ha una storia precisa e due nomi da cui è partita.

Un uomo che si costruì una capanna per capire quanto poco serve per vivere, un altro che, camminando da solo tra le sequoie, capì che alcune cose non vanno possedute, né sfruttate. Vanno solo lasciate essere.

Fonti

 

Credits : Internet (foto)

Conclusioni....

Nel mio piccolo spero di esserVi stato di aiuto, ma prima di lasciarVi ho da dirVi ancora alcuni aspetti da "amico" che un giorno spera di incontrarVi su qualche sentiero.

"Bisogna creare condizioni tali che gli individui facciano propria l'esperienza del benessere e della gioia, anziché la soddisfazione dell'impulso al massimo di piaceri."
Erich Fromm, Avere o essere?, 1976

Non bisogna lasciare nulla al caso.

... Definitive

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