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Heidegger e la Montagna: il Dislivello Uccide la Bellezza?

Martin Heidegger

Ci risiamo di nuovo, è capitato ancora. Mi sono dimenticato di inserire in un post sui social i dati tecnici del giro e, subito, qualcuno me lo ha fatto notare. Ci sono domande che, personalmente fatico a digerire, per esempio: "quanto dislivello ?", oppure, "quanti chilometri ?", "quante ore ?".

Non c’è niente di sbagliato, prese singolarmente, in nessuna di queste domande. Sapere il dislivello serve a organizzarsi, a capire se ce la si fa prima del buio, a scegliere l’attrezzatura giusta. Il problema, se c’è, non è nel dato, è in cosa diventa il sentiero quando lo guardiamo solo attraverso quel dato. Ed è qui che, camminando, mi torna in mente un filosofo che di montagne, o almeno di sentieri, se ne intendeva: Martin Heidegger, che tra l’altro amava scrivere nella sua baita nera foresta, e non è un caso che uno dei suoi testi più belli sul pensiero si intitoli letteralmente “un colloquio su un sentiero di campagna”.

Due modi di pensare.

Nella conferenza Gelassenheit, tenuta nel 1955, Heidegger distingue due modi fondamentali con cui la mente umana si rapporta al mondo: il pensiero calcolante (rechnendes Denken) e il pensiero meditante (besinnliches Denken).

Il primo è il pensiero che misura, pianifica, scompone la realtà in dati, calcola probabilità, ottimizza processi. È il pensiero della scienza, della tecnica, dell’economia, indispensabile, dice Heidegger, e mai da disprezzare. Ma ha una caratteristica precisa, quasi inquietante se ci si pensa con calma, non si ferma mai. Corre sempre dietro a una nuova occasione, un nuovo obiettivo, un risultato più efficiente del precedente. Trasforma ogni cosa, comprese la natura e, in fondo, anche noi stessi, in una risorsa disponibile da sfruttare o in un problema da ottimizzare, diventiamo numeri e perdiamo il lato spirituale, umano.

Il secondo, il pensiero meditante, è tutt’altra cosa. È la capacità di fermarsi davanti a qualcosa senza la pretesa di dominarlo, catalogarlo, o spremerne un’utilità immediata. È lo spazio della contemplazione, della poesia, del semplice stare, quello che Heidegger chiama, "sostare presso ciò che ci sta accanto".

Il sentiero come “Bestand”.

In un altro testo, concetto un pò complesso e spero di affrontarlo e spiegarlo bene, non me ne vogliamo chi ne sa più di me, La questione della tecnica, Heidegger usa un concetto più appropriato, quello di Gestell, spesso tradotto come “impianto” o “dispositivo”, cioè quel modo tecnico di guardare il mondo che riduce ogni cosa a Bestand, a “scorta” o “fondo disponibile”, qualcosa che esiste solo in quanto può essere misurato, estratto, consumato, messo a disposizione di un uso. La camminata, l'escursione, l'esperienza in montagna o in natura esiste in funzione dei numeri che misurano e non in base alle nostre sensazioni.

Un fiume, per il pensiero tecnico, non è più un fiume, è una risorsa idroelettrica calcolabile in kilowatt. Una foresta non è più una foresta, è legname stoccato, quantificabile in metri cubi. Una montagna smette di essere una montagna, con la sua luce che cambia ogni ora, il suo odore di resina o di neve, la sua imprevedibilità, per diventare un dislivello. Un numero di chilometri. Un tempo di percorrenza da rispettare o battere. Bestand, anche lei, fondo disponibile per la nostra performance, il nostro Strava, il nostro bisogno di misurarci contro qualcosa.

Non credo che Heidegger avesse in mente le escursioni quando scriveva queste pagine, ma il meccanismo che descrive è esattamente questo, quando il pensiero calcolante diventa l’unico sguardo con cui affrontiamo qualcosa, quella cosa smette di apparirci per quello che è, e appare solo per quanto può renderci in termini di dato, prestazione, confronto.

Martin Heidegger

Cosa si perde, quando si cammina solo per i numeri.

Quello che temo di perdere, quando parto da casa già sapendo esattamente quanti metri di dislivello mi aspettano e quanto tempo dovrei impiegarci, è la sorpresa. La possibilità che il sentiero mi mostri qualcosa che non avevo calcolato, una luce particolare tra gli alberi, un animale che attraversa il tracciato, una fatica diversa da quella prevista che mi costringe a rallentare e, rallentando, a guardarmi finalmente intorno. Il pensiero calcolante, applicato alla montagna, produce esattamente questo effetto paradossale, cammino sempre più veloce, misuro sempre meglio le mie prestazioni, e vedo sempre meno di quello che ho intorno.

Non sto dicendo di buttare via l’orologio o l’app che traccia il percorso, sarebbe un gesto altrettanto calcolante, solo capovolto, una nuova performance da esibire (“io cammino senza tecnologia”). Heidegger stesso, in fondo, non chiedeva di abolire il pensiero calcolante, ma di non lasciare che diventi l’unico modo con cui pensiamo e cammminiamo. Chiedeva Gelassenheit, un abbandono, un lasciar essere le cose, che non è passività ma un modo più maturo di stare nel mondo, capace di dire insieme sì e no alla tecnica, senza rifiutarla in blocco e senza arrendersi ciecamente al suo dominio.

Il sentiero che non finisce sul grafico.

Credo che la vera domanda, la prossima volta che si parte per un’escursione, non sia “quanti chilometri farò”, ma qualcosa di più simile a, "quanto sono disposto a lasciarmi sorprendere, oggi, da questa montagna?".  Sono due domande compatibili, non in conflitto ma se resta solo la prima, il sentiero smette di essere un luogo e diventa un dato. E una montagna ridotta a un numero, per quanto accurato, per quanto ben tracciato sull’app, non è più davvero una montagna, è solo la sua ombra calcolata, un numero.

La bellezza, quella vera, non ha un dislivello. Non sta scritta da nessuna parte sul grafico altimetrico. Sta, semmai, in tutto quello che il grafico non riesce a misurare.

Fonti

 

Credits : Internet (foto)

Conclusioni....

Nel mio piccolo spero di esserVi stato di aiuto, ma prima di lasciarVi ho da dirVi ancora alcuni aspetti da "amico" che un giorno spera di incontrarVi su qualche sentiero.

"Bisogna creare condizioni tali che gli individui facciano propria l'esperienza del benessere e della gioia, anziché la soddisfazione dell'impulso al massimo di piaceri."
Erich Fromm, Avere o essere?, 1976

Non bisogna lasciare nulla al caso.

... Definitive

Spero di averVi aiutato a conoscere un pò di più questo mondo per poter vivere in armonia e semplicità l'attività in montagna.

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Alla prossima ancora qui, su Bodhirider, per raccontarVi e condividere altre esperienze con nuovi articoli, o su qualche sentiero o in qualche rifugio o bivacco per condividere la passione per la montagna.

A presto!

 

 

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