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I nuovi montanari

images ostana

Nel 1985 a Ostana, un borgo a 1.280 metri nella Valle Po, in provincia di Cuneo, erano rimaste cinque persone. Cinque !. Un paese che prima della Seconda guerra mondiale ne contava circa mille si era svuotato quasi del tutto: case in pietra abbandonate, campi non più coltivati, scuole chiuse, la montagna restituita al silenzio. È la storia di decine, forse centinaia di borghi alpini italiani nel secondo dopoguerra: la fuga verso le città, verso la pianura, verso il lavoro in fabbrica, ha lasciato dietro di sé un patrimonio edilizio e umano intero, semplicemente vuoto.

Oggi a Ostana vivono stabilmente circa 85-90 persone. Età media 37 anni. Dieci bambini, alcuni con meno di due anni. Un forno che dopo quarant’anni di assenza ha riaperto nel 2019, gestito da una coppia di trentenni tornata dalla pianura torinese. Non è un miracolo, e non è nemmeno un caso isolato: è un fenomeno che in Italia ha un nome tecnico, “migrazioni verticali”, ed è, numeri alla mano, più concreto di quanto si pensi. Secondo il rapporto UNCEM 2025, tra il 2019 e il 2023 chi si è trasferito nei comuni montani italiani ha superato chi li ha abbandonati, con un saldo positivo di quasi 100.000 persone — per la prima volta trainato per due terzi da italiani, non solo da stranieri.

Cosa ha funzionato davvero a Ostana.

La storia di Ostana comincia con un uomo solo: Giacomo Lombardo, che diventa sindaco alla fine degli anni Ottanta di un paese che sta letteralmente scomparendo. Nei primi anni il lavoro è lento, quasi invisibile: recupero delle case in pietra abbandonate, mai nuove costruzioni, sempre ristrutturazione del patrimonio esistente e insieme un investimento, apparentemente strano per chi guarda da fuori, sulla lingua e la cultura occitana della valle. Non è un dettaglio folkloristico. È la scelta che ha tenuto insieme tutto il resto. “Le aree marginali, senza orgoglio della loro storia, sono destinate a scomparire”, ha spiegato più volte lo stesso Lombardo. In altre parole: prima ancora delle case, delle strade, dei bandi, un borgo che vuole ripopolarsi ha bisogno di un motivo per cui valga la pena restarci o tornarci. A Ostana quel motivo è stata l’identità: una lingua, una storia, un modo di vivere la montagna rivendicato con orgoglio invece che vissuto come arretratezza da lasciarsi alle spalle.

Su questa base sono arrivati, negli anni, gli strumenti concreti: un’associazione fondiaria che gestisce 300.000 metri quadri di terreni un tempo frammentati e abbandonati, affidandoli a chi vuole coltivarli davvero; una cooperativa di comunità, Viso a Viso, che organizza eventi, gestisce un centro studi sui fiumi alpini e attira ricercatori da tutta Italia; bandi regionali per l’acquisto e il recupero delle case. Ma il punto, se ascoltate chi ci vive, non sono mai stati solo i soldi.

“Anche con 40mila euro e una casa non diventi cittadino delle terre alte”

Lo dice Silvia Rovere, attuale sindaca di Ostana, arrivata anche lei da Torino dieci anni fa per gestire un rifugio. È un avvertimento che vale la pena riportare per intero, perché smonta l’idea più diffusa e più pigra su come si “salva” un borgo di montagna: bastano gli incentivi. Non basta. “L’idea ‘scappo dalla città e vado in montagna’ lascia il tempo che trova”, dice Rovere. “La montagna deve essere una scelta consapevole, senza progetti e innovazione non ha senso.

Chi oggi vive stabilmente a Ostana lo conferma da un altro punto di vista, meno teorico:

Fabrizio Favaro, che si è trasferito con moglie e due figli piccoli, non nasconde la fatica realeogni mattina tocca spalare la neve”, la farmacia e la scuola richiedono l’auto, l’inverno è duro ma la definisce comunque la vita che voleva per sé e per i suoi figli. È un dettaglio importante: i racconti più onesti di chi si trasferisce davvero in montagna non parlano mai di fuga romantica dalla città, ma di un compromesso consapevole tra difficoltà reali e un valore che vale la pena pagare.

ostana

Cosa distingue un ripopolamento vero da un’illusion.

Guardando ai casi che in Italia vengono citati come esempi virtuosi, Ostana, ma anche altre esperienze in Trentino, Friuli e sull’Appennino, emergono alcuni ingredienti che tornano sempre, e altri la cui assenza fa fallire i progetti:

Un’identità da difendere, non solo una casa da comprare. Dove il ripopolamento ha attecchito, c’è quasi sempre un lavoro fatto prima sulla cultura locale lingua, tradizioni, memoria che dà un senso di comunità a chi arriva, non solo un indirizzo.

Recupero, non nuova cementificazione. Le esperienze che funzionano ristrutturano il patrimonio edilizio esistente, spesso in pietra, invece di costruire ex novo: mantiene il paesaggio, contiene i costi, e restituisce dignità a case che altrimenti crollerebbero.

Un lavoro vero da fare lì, non solo smart working. Il rischio, segnalato oggi da diversi osservatori, è che l’attrattività recente della montagna post-pandemia si traduca solo in seconde case o affitti brevi, facendo salire i prezzi e allontanando proprio chi in montagna ci vorrebbe vivere stabilmente. Dove invece nascono un forno, una cooperativa, un’attività agricola vera, il ripopolamento diventa comunità e non solo statistica.

Tempo, non un singolo bando. Ostana ha impiegato oltre trent’anni per passare da cinque abitanti a un paese vivo. Chi si aspetta risultati in uno o due anni da un incentivo regionale, di solito resta deluso.

Ostana

Perché questo filone conta, per chi ama la montagna.

Trovo che questa storia si intrecci in modo naturale con quella delle streghe di Triora di cui vi ho parlato la volta scorsa. In entrambi i casi il punto di partenza è lo stesso: un patrimonio di sapere, di identità, di case, di terra che rischiava di sparire per sempre. E in entrambi i casi, quello che ha fatto la differenza non è stato un intervento calato dall’alto, ma qualcuno che ha deciso di guardare a quel patrimonio non come un peso da abbandonare, ma come una risorsa da cui ripartire.

La montagna che si spopola e la montagna che rinasce sono, alla fine, la stessa montagna, raccontata in due momenti diversi. La domanda che mi porto a casa da questa storia non è “chi altro si trasferirà in montagna”, ma “cosa deve esserci, in un luogo, perché valga davvero la pena restarci”. A Ostana la risposta si chiama identità occitana, una cooperativa, un forno. Altrove sarà qualcos’altro. Ma il meccanismo, credo, è sempre lo stesso.

Questo articolo, il secondo, prosegue il filone che sto cercando di seguire su bodhirider: idee e progetti reali per salvare la montagna, oggi e in futuro.

Fonti

 

Credits : Internet (foto)

Conclusioni....

Nel mio piccolo spero di esserVi stato di aiuto, ma prima di lasciarVi ho da dirVi ancora alcuni aspetti da "amico" che un giorno spera di incontrarVi su qualche sentiero.

"Bisogna creare condizioni tali che gli individui facciano propria l'esperienza del benessere e della gioia, anziché la soddisfazione dell'impulso al massimo di piaceri."
Erich Fromm, Avere o essere?, 1976

Non bisogna lasciare nulla al caso.

... Definitive

Spero di averVi aiutato a conoscere un pò di più questo mondo per poter vivere in armonia e semplicità l'attività in montagna.

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Alla prossima ancora qui, su Bodhirider, per raccontarVi e condividere altre esperienze con nuovi articoli, o su qualche sentiero o in qualche rifugio o bivacco per condividere la passione per la montagna.

A presto!

 

 

 

 

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