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Le Malghe che Tornano a Vivere: l'Alpeggio come Impresa

       Roberta Colombero al lavoro nella sua malga

A Marmora, in Val Maira, sopra i 2000 metri, c’è un caseificio che si raggiunge solo a piedi, con quindici chilometri di cammino. Ci vive tre mesi l’anno una donna di Savigliano, paese in provincia di Cuneo. Il suo nome è Roberta Colombero, margara di terza generazione. Alleva circa duecento vacche di razza piemontese, munge ogni mattina prima dell’alba, produce il Nostrale d’Alpe — un formaggio che per anni non aveva nemmeno un nome ufficiale, tanto era legato solo alla memoria orale delle valli.

Potrebbe sembrare la solita storia di tradizione che resiste, romanticamente o forse utopisticamente, al tempo che passa. Invece è l’esatto contrario, è la storia di un mestiere che stava morendo, e che oggi torna a vivere non per nostalgia, ma perché qualcuno ha avuto il coraggio di trattarlo come quello che è sempre stato, un’impresa vera, con tutto quello che questo comporta.

Un mestiere che si stava estinguendo

Il declino dell’alpeggio in Italia non è un’opinione, è un dato, negli ultimi decenni centinaia di malghe alpine e appenniniche sono state abbandonate, per il calo dei malgari, il carico burocratico, i costi di adeguamento delle strutture, la fatica di un lavoro che non conosce orari né giorni festivi. In molte valli, la figura del malgaro, o del margaro, come si dice in Piemonte, rischiava di scomparire insieme all’ultima generazione che l’aveva ereditata dai genitori senza mai davvero sceglierla.

È lo stesso destino che abbiamo già incontrato raccontando Ostana e il suo spopolamento, case vuote, mestieri che nessuno vuole più continuare, un paesaggio che senza chi lo cura torna bosco, perde i pascoli, perde l’equilibrio idrogeologico che secoli di sfalcio e pascolo avevano costruito. Anche a Fontana Secca, sulle montagne bellunesi, un alpeggio è tornato attivo dopo cinquant’anni di silenzio, restituendo mandrie a un pascolo che nel frattempo si era richiuso su se stesso.

Non eredità, ma scelta

Quello che distingue i casi di rinascita più interessanti da un semplice “si va avanti perché lo faceva il nonno” è un dettaglio preciso: sempre più spesso, chi oggi gestisce una malga non l’ha ereditata per forza. L’ha scelta. Sono giovani con un diploma in agraria, magari un’esperienza fatta apposta in caseifici e ranch all’estero prima di tornare in valle, o addirittura persone senza nessun background familiare nel settore, come Manuel Moro, operaio edile che ha aiutato a ricostruire con le proprie mani Malga Tamai, sullo Zoncolan, insieme alla propria famiglia, pur non avendo mai fatto il casaro prima.

È un cambiamento culturale prima ancora che economico. Persone scelgono liberamente una vita diversa da quella che oggi ci viene imposta, una vita diversa dalla società consumistica, arrogante, maleducata che oggi ci circonda. Questo è il concetto che molta gente non vuole capire. Questi ragazzi sono degli sfigati o dei didagiati perchè non voglio adattarsi, non vogliono vivere stressati, arrabbiati, lamentosi, vogliono VIVERE.

In Trentino, dove è nato il primo corso ufficiale per “gestore e operatore di malga”, l’obiettivo dichiarato non è insegnare a mungere una vacca, quello, spesso, i partecipanti lo sanno già fare, ma dare strumenti di marketing, gestione dei bandi, sicurezza alimentare, capacità imprenditoriali vere e proprie. Una scuola simile è nata anche in Veneto per iniziativa di un docente di storia dell’agricoltura dell’Università di Padova, con un obiettivo dichiarato senza troppi giri di parole: formare imprenditori dell’alpeggio, non custodi nostalgici di un mestiere che si sta estinguendo.

Malga Tamai sullo Zoncolan

Il modello: produzione, ma anche esperienza

Il caso di Roberta Colombero mostra bene come si tenga in piedi, oggi, un’attività del genere. La sua non è solo produzione di formaggio, ha scelto consapevolmente di non rifornire la grande distribuzione, ma solo ristoranti e agriturismi locali, restando in una filiera corta e riconoscibile. Accanto al latte e al formaggio, ha costruito un secondo prodotto, forse ancora più prezioso, l’esperienza stessa dell’alpeggio, aperta a chi vuole viverla in prima persona, mungere, pascolare, capire cosa significhi davvero il tempo lento della montagna.

È lo stesso meccanismo che, in scala diversa, sta rendendo vive altre malghe in tutta Italia: non un solo prodotto, ma due o tre insieme, formaggio, ospitalità, didattica, racconto, capaci di reggersi a vicenda quando uno dei tre da solo non basterebbe. La Provincia di Trento ha stanziato undici milioni di euro solo tra 2023 e 2025 per finanziare decine di progetti di ristrutturazione di malghe, segno che anche le istituzioni hanno iniziato a vedere l’alpeggio non solo come patrimonio da tutelare, ma come economia da rilanciare sul serio.

Roberta Colombero al lavoro nella sua malga    Formaggio Nostrale dAlpe stagionato

Cosa lega questa storia alle altre

C’è un filo che unisce questo pezzo a quello sui nuovi montanari di Ostana, e in fondo anche a quello sulle streghe di Triora, in tutti e tre i casi, un sapere che rischiava di sparire, un’identità linguistica, una farmacopea popolare, il mestiere del malgaro, è tornato a vivere non perché qualcuno l’ha conservato sotto una teca, ma perché qualcuno ha avuto il coraggio di trattarlo come una risorsa viva, capace di generare lavoro e reddito oggi, non solo memoria di ieri.

Forse è proprio questa la vera domanda che la montagna pone a chi la vuole salvare per davvero, non “come proteggiamo questo patrimonio”, ma “chi è disposto a viverci dentro, ogni giorno, trasformandolo in qualcosa che valga anche economicamente la fatica di restare”. A Marmora, a duemila metri, quindici chilometri a piedi dalla strada più vicina, qualcuno ha già risposto.

Fonti

 

Credits : Internet (foto)

Conclusioni....

Nel mio piccolo spero di esserVi stato di aiuto, ma prima di lasciarVi ho da dirVi ancora alcuni aspetti da "amico" che un giorno spera di incontrarVi su qualche sentiero.

"Bisogna creare condizioni tali che gli individui facciano propria l'esperienza del benessere e della gioia, anziché la soddisfazione dell'impulso al massimo di piaceri."
Erich Fromm, Avere o essere?, 1976

Non bisogna lasciare nulla al caso.

... Definitive

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